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JAZZTET / ART FARMER / BENNY GOLSON. THE COMPLETE ARGO/MERCURY RECORDINGS
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JAZZTET / ART FARMER / BENNY GOLSON. THE COMPLETE ARGO/MERCURY RECORDINGS. CD Mosaic B0003464-02. Box di 7 CD. Stereo. Studio & Live Recordings. JAZZTET. MEET THE JAZZTET. Edizione originale: Argo LP 664. Stereo. Nola Penthouse Studio, New York. 6, 9-10/2/1960. Prod: Kay Norton, Jack Tracy. Eng: Tommy Nola. giudizio artistico: OTTIMO giudizio tecnico: BUONO JAZZTET. ANOTHER GIT TOGETHER. Edizione originale: Mercury SR 60737. Stereo. Nola Penthouse Studio, New York. 28/5 e 21/6/1962. Prod: Kay Norton, Jack Tracy. Eng: Tommy Nola. giudizio artistico: OTTIMO-ECCEZIONALE giudizio tecnico: BUONO ART FARMER. ART. Edizione originale: Argo LP 678. Stereo. Nola Penthouse Studio, New York. 21-21/9/1960. Prod: Kay Norton, Jack Tracy. Eng: Tommy Nola. giudizio artistico: OTTIMO-ECCEZIONALE giudizio tecnico: OTTIMO BENNY GOLSON. TURNING POINT. Edizione originale: Mercury SR 20801. Stereo. New York. 30-31/10 e 1/11/1962. Prod: Kay Norton, Jack Tracy. Eng: sconosciuto. giudizio artistico: ECCEZIONALE giudizio tecnico: OTTIMO-ECCEZIONALE BENNY GOLSON. FREE. Edizione originale: Argo LP 716. Stereo. Englewood Cliffs, NJ, 26-12-1962. Prod.: Esmond Edwards. Eng.: Rudy Van Gelder. giudizio artistico: ECCEZIONALE giudizio tecnico: OTTIMO-ECCEZIONALE
Ci sono un argomento musicale e uno di puro feticismo discografico nelle pagine che seguono. Quello musicale è la parabola artistica del Jazztet, sestetto tra i più citati nella storiografia jazzistica, anche perché i suoi fondatori e co-leader furono Art Farmer e Benny Golson, mentre al loro fianco, a completamento di un organico con la caratteristica front line tromba-tenore-trombone, transitarono Curtis Fuller, Tom McIntosh, Grachan Moncur III (trombone), McCoy Tyner, Cedar Walton, Tommy Flanagan, Harold Mabern (pianoforte), Addison Farmer, Tommy Williams, Herbie Lewis (contrabbasso), Lex Humphries, Albert 'Tootie' Heath, Roy McCurdy (batteria). Nomi quasi tutti associati a imprese gloriose. Citare il Jazztet, ogni volta che si parla di uno dei suoi membri o anche solo dello stato dell'arte jazzistica a cavallo del 1960, è cosa pressoché inevitabile, tanto da trarne l'impressione che chiunque conosca a menadito le grandiose performance musicali di questo sestetto. Ma la realtà sembra alquanto diversa, e già la non facilissima reperibilità dei dischi della formazione dovrebbe far sorgere qualche dubbio. Siamo davanti a una mozart-dapontiana araba fenice: “che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Ovvero dietro al gran citare che si fa del Jazztet rischia di nascondersi una mancanza di concreta conoscenza della musica della band: parole, giudizi e dati storici letti e ripetuti, in assenza dell'elemento fondamentale, l'ascolto delle neanche troppo numerose incisioni del gruppo. Ciò non toglie che il Jazztet sia davvero una formazione fondamentale nella storia dello stile mainstream, nonostante il suo ruolo di outsider all'epoca della sua esistenza: il genere praticato dal sestetto era paradossalmente un'anomalia per un'epoca schiacciata tra il fragore del neonato free e un'incipiente ibridazione dell'hard bop col soul, che stava ridefinendo i canoni commerciali del jazz. Insomma, allora come oggi, la critica musicale esaltava le realizzazioni del Jazztet mentre il pubblico era impegnato ad ascoltare tutt'altro. Oggi, se volete togliervi lo sfizio (diciamo così, anche se siamo davvero davanti a materiali tra i più fondamentali della discografia afro-americana), tutte le registrazioni realizzate dal Jazztet per le etichette Argo e Mercury, comprese le coeve prove solistiche dei suoi due leader, sono raccolte in un cofanetto di sette cd della Mosaic. Da questo ascolteremo, tra breve, una selezione degli album in esso raccolti. Le edizioni relativamente limitate della Mosaic (10.000 esemplari per cofanetto) sono sempre dei gioielli discografici, a partire dalla selezione dei materiali musicali (di regola dai cataloghi del gruppo EMI/Blue Note e ora Verve/Universal) sino al packaging lussurioso (box di cartone formato LP, esattamente come per le raccolte dei 33 giri; libretti iconograficamente meravigliosi e con apparati critici di grande spessore). Tutt'altro che trascurabile, poi, è l'accuratezza dei riversamenti delle matrici: paragonate, quando esistenti, alle edizioni 'ufficiali' in cd, le ristampe Mosaic sbaragliano la concorrenza su tutta la linea: intensità dinamica, presenza realistica, focalizzazione del palcoscenico, naturalezza dell'equalizzazione, incisività dei dettagli. Se qualcosa non suona perfetta, state certi che il difetto è nelle matrici e non certo nel lavoro di ristampa. Insomma, siate pronti a mettere mano alla carta di credito, perché i Mosaic non sono certo dischetti economici: questi cofanetti sono davvero una manna per gli audiofili-jazzofili più esigenti in fatto di estasi dei sensi. Il Jazztet dall'inizio alla fine La front line di Meet the Jazztet, esordio discografico del sestetto, è quella poi rimasta nella memoria collettiva, anche dopo gli avvicendamenti al trombone: qui al fianco di Farmer e Golson c'è Curtis Fuller, mentre nella ritmica oltre ad Addison Farmer (contrabbasso) e il portentoso Lex Humphries (batteria) troviamo McCoy Tyner al pianoforte (si badi bene: all'epoca di questa session McCoy era pressoché ancora imberbe, lungi dall'essere quel mito nel quale si sarebbe trasformato da lì a pochi anni). Sin dalla sua prima traccia discografica, una Serenata dal beat afro-latino, il Jazztet si dimostra formazione mainstream sì, ma battagliera quanto l'esercito dei musicisti free allora in auge: i ritmi sono brucianti negli stacchi di metronomo dello swing come nell'alternanza tra i vari metri. L'intervento dei fiati è sempre pugnace, con un forte accento sul lavoro simultaneo dei solisti (il che denota un discreto lavoro d'arrangiamento: una musica accuratamente strutturata e non una blowing session, nonostante la foga dell'esecuzione). Col suo walking nottambulo, It Ain't Necessarily So appare come una rivisitazione contemporanea e noir dello stile jungle (al quale peraltro il gruppo non attinge mai esplicitamente). Servirebbe poi un autovelox per rilevare la velocità digitale di McCoy Tyner in Avalon, che procede come l'esplosione di una raffica di petardi. Segue un imperituro classico del repertorio jazzistico, firmato da Golson: I Remember Clifford, il cui struggente tema emana una serenità ultraterrena, religiosamente ficcante con la funerea dedica del brano. Alla danza guerresca di Blues March risponde una It's All Right with Me meno aggressiva, ma pur sempre staccata con passo centometristico. Si sarà ormai capito che ogni brano di questo album è come un racconto dallo stile assai caratterizzato: Park Avenue Petite, meno celebre della precedente I Remember Clifford, dimostra non meno di essa la mano magistrale di Golson, quando si tratta di scrivere ballad. Mox Nix e Killer Joe sono barlumi della crescente ondata di funky/soul che avrebbe presto travolto il jazz mainstream del decennio a venire. Rispetto alle coeve (e spesso realizzate negli stessi studi) incisioni di Golson e Farmer da solisti, la discografia del Jazztet dimostra assai più chiaramente i segni del tempo. L'impressione è che buona parte degli acciacchi sonori siano appunto dovuti allo stato di conservazione dei master piuttosto che alla loro originaria fattura. Nessun parametro di Meet the Jazztet è gravemente compromesso ma neppure particolarmente eccellente: siamo in una medietà tecnica che spinge a focalizzare l'ascolto sulle meraviglie musicali piuttosto che sull'edonismo sonoro. Il palcoscenico risulta abbastanza raggruppato, con le immagini degli strumenti che, pur in presenza di un tentativo di separazione dei canali, finiscono per ricadere verso il centro della scena e sovrapporsi le une alle altre. Ciò naturalmente complotta a svantaggio della nitidezza del dettato musicale, effetto accentuato anche da una certa imprecisione armonica, non solo agli estremi di gamma ma anche nel registro centrale. I colori strumentali riescono solo abbozzati e mai resi in tutto il loro fulgore. Il suono è voluminoso e contrastato ma sembra che il mastering sia intervenuto quanto possibile per sostenere (senza dare l'impressione di artefarla) una dinamica originariamente segnata da limiti d'estensione e controllo. Il cocktail di questi parametri crea un suono vivace, robusto e pungente ma anche confuso e impreciso nei dettagli. Con l'album Another Git Together raggiungiamo l'estremo opposto della parabola discografica del Jazztet, che dopo le due session di cui si compone questo album cessò d'esistere: agli interminabili elogi da parte degli specialisti faceva infatti eco l'indifferenza del pubblico e il calante interesse da parte degli organizzatori di concerti. Inizia da qui l'entrata di questa formazione nel mito della storiografia jazz: una ventina d'anni dopo ci sarebbe stata anche una reunion, in tempi giusti per cogliere il plauso del pubblico ma non certo per rinnovare un messaggio artistico. La formazione si è nel frattempo evoluta (il trombone è adesso nelle mani di Grachan Monchur III, mentre la ritmica comprende lo stupefacente Harold Mabern, Herbie Lewis e Roy McCurdy rispettivamente al pianoforte, contrabbasso e batteria), mentre rimane incrollabile la fede nell'hard bop servito come se gli strumenti fossero piuttosto dei lanciafiamme. Space Station ne è il primo esempio, col suo avvampare ritmico e quel turbinio sopra il quale i solisti mantengono una presa salda come fa l'equilibrista col suo filo sospeso nel vuoto. Nella successiva Domino il sapore hard dei soli si sovrappone alla pulsazione che già inizia a raccogliere i fermenti funky che sono nell'aria del jazz di quegli anni, conservando un tocco di pungente lirismo nelle pieghe che talvolta i fiati imprimono all'architettura della composizione. Ma è con il brano che dà titolo al disco che il Jazztet si abbandona a un divertissement palesemente estraneo all'estetica del gruppo, certamente gradito ai (e presumiamo voluto dai) produttori: un contagioso groove che paga pegno alla moda del jazz più gettonato nei juke box d'allora sul quale i solisti si abbandonano a un clima soul dalla presa epidermica. Non per nulla Another Git Together era un brano destinato a finire su 45 giri: in fondo al cd si ascolta la differente take usata appunto per il singolo, sensibilmente scorciata rispetto alla versione usata sull'LP. Along Came Betty è un'altra composizione di Golson destinata a lunga gloria nel repertorio jazzistico. Della versione che si ascolta qui hanno fatto scuola anche gli assoli, divenuti modelli per innumerevoli imitazioni. Le conclusive This Nearly Was Mine e Reggie, coi loro tempi a razzo e i temi scultorei, danno il suggello finale a un album di vero machismo afro-americano. Timbricamente un po' sgranato (soprattutto agli estremi) e opaco, anche questo CD del cofanetto Mosaic rivela un'estrema cura dedicata a un master in condizioni meno che eccellenti. Difficilmente questa registrazione potrebbe suonare meglio su CD ed è notevole il gusto dell'orecchio di chi ha curato I riversamenti e il mastering di questa edizione. Si diceva dell'aspetto tonale: gli acuti sono leggermente sfibrati, con alcune componenti più in vista di altre. Di sicuro nel registro superiore c'è una notevole grinta ma non certo eleganza. Meglio caratterizzato è il registro centrale, anche se pure i suoi colori risultano 'antichi' proprio per l'incompleta definizione armonica e la chiusura del registro superiore. La dinamica tiene invece sempre desta l'attenzione e il piacere dell'ascolto, soprattutto per i microcontrasti che rendono il suono continuamente effervescente, nonché dotato di un particolare senso di fisicità. Il palcoscenico è così disposto: contrabbasso a sinistra, tromba e trombone al centro, batteria, pianoforte e sax a destra. La ritmica in particolare sembra così posizionata in maniera poco realistica, mentre la batteria risulta dinamicamente più avanzata. State of the Art Per contratto, ogni due album registrati con il Jazztet sia ad Art Farmer che a Benny Golson veniva concesso di inciderne uno come leader. Così in quei pochi anni in cui videro la luce i sei dischi del Jazztet, i cataloghi discografici Argo e Mercury si arricchirono anche di tre dischi a nome di Art Farmer (dei tre firmati da Golson diremo poco oltre): due in quartetto (Art e Perception) e uno orchestrale (Listen to Art Farmer and the Orchestra). Il programma musicale del primo di questi, Art, è caratterizzato soprattutto da una serie di ballad selezionate con notevole ricercatezza, mentre la ritmica che accompagna Farmer allinea Tommy Flanagan al pianoforte e due sodali del Jazztet: 'Tootie' Heath e Tommy Williams: una prestazione sublime la sua, a partire dal chorus in solitudine che apre il disco. Art è un album il cui clima è marcatamente segnato dai brani lenti e mediolenti, che assieme all'intimistica e lirica prova del trombettista conferiscono all'insieme un tono crepuscolare. Ogni brano si imprime per gli assoli al calor bianco di Farmer, che riescono a infiammare la musica senza necessità di eccessi dinamici o ritmici, per la semplice intensità del timbro e la sinuosità delle frasi. L'apertura è un tempo medio che non ha fretta di decollare, So Beats My Heart For You: l'introduzione con gli strumenti che entrano uno alla volta è una scenografica alzata di sipario per l'entrata del leader. Il walking del basso e lo swing sui piatti sono quintessenziali e non verranno mai meno nei brani successivi: altro che accompagnamento ritmico, qui siamo davanti a musicisti invasati di spirito creativo. Tommy Flanagan ha già completamente digerito la lezione di Red Garland e Wynton Kelly, il cui paradigma stilistico ha dato l'impronta al jazz degli anni Cinquanta. Il passaggio a Goodbye, Old Girl è come un effetto ottico, coi colori che sembrano mutarsi nel loro negativo: Farmer va a cercare i momenti più intensi delle sue linee nelle evoluzioni più gravi della tessitura, dove le dinamiche si attutiscono. L'effetto nostalgico che ne emana è quanto di più consono al titolo del brano. Ma in un disco così segnato dai tempi ariosi, non mancano alcuni swing veloci, di quelli che danno l'impressione fisica di sollevarsi da terra, di vorticare in assenza di forza di gravità: Who Cares? e The Best Thing for You Is Me. All'opposto, Out of the Past e Younger than Springtime sono momenti di eloquenza soffusa e sfumata, dove Farmer costruisce le sue linee con aulico senso del legato e rabdomantico fiuto nella disposizione delle pause. Sino in fondo, Art conferma di essere un disco in cui ogni brano riserva all'ascoltatore le più intense emozioni. I'm a Fool to Want You, sobrio, asciutto, lentissimo e accorato, è tra le versioni più strazianti del brano: dichiarazione di un sentimento senza scampo, dove si rivela una volta di più la presa emotiva della tromba di Farmer. Il tema narrativo di That Ole Devil Called Love è lo stesso del precedente brano, ma l'esecuzione è questa volta improntata a una disincantata noncuranza delle pene d'amore. La registrazione di questo disco, nonostante il piccolo organico sulla scena, riesce a definire uno spazio di esecuzione ampio, voluminoso, arioso, tridimensionale. Ogni strumento trova una sua collocazione e una precisa messa a fuoco, con un tratteggio dei profili sonori particolarmente nitido e contrastato, mentre lo spazio intorno a ogni musicista è tale che nessuno maschera il lavoro degli altri. E va anche sottolineata la qualità dell'amalgama, l'estrema musicalità che le singole voci raggiungono nel sovrapporsi quando l'immagine stereofonica si ricompone nell'ambiente d'ascolto: il contrabbasso è tutto a sinistra, la batteria tutta dal lato opposto, il pianoforte al centro, la tromba centrale e più avanzata. Un semicerchio perfetto, senza alcuno sconfinamento delle immagini strumentali al di là della posizione riservata loro sullo stage: una lezione per i fonici che ancora oggi smanettano sui mixer finendo per posizionare gli strumenti come un frullato finito su tutte le pareti dello studio. Questo apollineo ordine permette di seguire con facilità il comportamento di ogni singola linea musicale, anche nei momenti di più intensa sovreccitazione d'assieme. Un pregio inestimabile delle ristampe Mosaic è il dosaggio dei volumi di masterizzazione, che lascia alle dinamiche la loro escursione originaria, nonché il contrasto schioccante. Parimenti, l'opera di ripulitura del suono non ne altera le qualità timbriche: in nessun cd Mosaic avrete mai l'impressione di un suono dai bagliori elettrici. Gli estremi di gamma, senza essere particolarmente accentuati (del resto è una registrazione di una venerabile età ormai), concorrono a creare un equilibrio timbrico che vale più di ogni brillantezza: i bassi sono torniti e lignei, pienamente riconoscibili come note e non banalmente come colpi percussivi, mentre gli acuti sono tagliati con precisione e rimangono sempre musicali per l'orecchio. Il registro centrale ha una densità che rende lo strumento di ottone ricco di sfumature e contrasti tra le luci e le ombre della sua emissione. Along Came Benny Durante l'era del Jazztet anche a Benny Golson spettarono due pubblicazioni in quartetto (Turning Point e Free) e una con formazioni variabili dal solo all'ensemble allargato (Take a Number from 1 to 10). Di entrambi i dischi in quartetto, registrati in prossimità l'uno dell'altro, stupisce il contrasto tra i risultati, superlativi, e l'umore autocritico di Golson, talmente insoddisfatto del suo suono da abbandonare da lì a poco la pratica dello strumento per un discreto numero di anni. Gli ingredienti di Turning Point sono tipici del jazz mainstream dell'epoca: un quartetto con tenore, un repertorio con molti standard e qualche original, swing all'impazzata, lenti strappalacrime. Nulla di sorprendente, nulla di avanzato, nulla che voglia rispondere ai vivaci sommovimenti stilistici della scena newyorkese di quei giorni. Eppure quel che conta, e che oggi è assai più evidente di come potesse apparire agli ascoltatori contemporanei presi dalle diatribe dell'attualità, è la superlatività dei risultati, dovuti sia a una sezione ritmica davisianamente olimpica (Wynton Kelly al piano, Paul Chambers al basso, Jimmy Cobb alla batteria) sia alla titanica eloquenza di Golson. Con musicisti in tale stato di grazia, la normalità si trasforma immediatamente in capolavoro. How Am I to Know? è un'apertura solare, dallo swing sorridente, come il riscaldamento d'un atleta pronto per una prestazione da record. E infatti ecco arrivare subito la zampata vincente: The Masquerade Is Over, sciorinata con una souplesse che tocca al cuore, suadente, felina, arguta. Golson gioca la carta della seduzione sassofonistica senza la minima inibizione. La successiva Dear Kathy è il valico verso una sindrome emotiva: una ballad dal clima torrido e disperato in cui il tenore di Golson tocca nervi scoperti di lirismo, in una delle pagine più toccanti del suo repertorio originale. Dopo due pezzi ritmicamente estrosi (Three Little Words addirittura dalla swing spiritato) arriva un'altra ballad, Stella By Starlight, ancor più lenta se possibile, in cui la ritmica è come polverizzata da un sax in vena di intime confessioni, ma fatte con la voce grossa. La chiusura di questo album magistrale avviene su un tempo medio in cui la delicatezza della presenza ritmica e l'intonazione di Golson pare vogliano sortire ancora gli effetti emotivi di una ballad: se il cuore vi regge ancora, dopo i brani precedenti, affrontate pure il senso di vertigine di questa Alone. Together, vertice golsoniano di logica, eloquenza, spontaneità melodica e rifinitura timbrica. Quella di Turning Point è una musica viva e pulsante, scolpita in profondità, accesa da una dinamica guizzante e movimentata, tale da far emergere ogni dettaglio nella giusta dimensione. Non fosse per qualche marginale saturazione del pianoforte (una bestia letteralmente nera per la tecnologia dell'epoca) sarebbe una performance dinamica da antologia. Il palcoscenico propone anche qui una forte differenziazione stereofonica: batteria e contrabbasso sono a destra, il pianoforte dalla parte opposta, il sax a centro-sinistra. Se i vostri diffusori sono ben posizionati, la scena si ricomporrà con notevole realismo, grazie all'abbondanza di spazio attorno agli strumenti. Il riverbero permette una giusta diffusione delle immagini al di là dell'ancoraggio degli strumenti a un luogo univoco dello stage: il tutto rasenta la perfezione e ci ricorda come il riverbero, troppo spesso dosato con ciarlataneria, sia un parametro fondamentale per la chiarezza e la piacevolezza tonale (troppo riverbero e i dettagli si perdono nella marmellata delle risonanze moleste, troppo poco e i timbri si seccano). La timbrica è di una intensità sconcertante, soprattutto per quel che riguarda il sax, che ha uno dei suoni più sapidi che abbia mai incontrato su cd: corposo, vellutato eppure robusto, dotato d'una ampiezza tonale che lascia basiti quando Golson scende nel registro grave (Dear Kathy su tutte). Gli amanti del vinile approveranno a pieni voti questa ristampa digitale. Al di là dei parametri presi singolarmente, è la sonorità complessiva a lasciare esterrefatti: una musicalità coinvolgente, in cui l'impatto fisico degli strumenti convive con una raffinata ed elegante resa timbrica. Unica beffa: si è persa memoria di quale fonico abbia curato questa memorabile incisione (il sound tradisce però una certa impronta vangelderiana). Ve lo immaginate un ritmo di cha nel jazz? Ecco, Benny Golson lo usa per aprire Free, il suo successivo album da leader, ancora in quartetto e ancora con un cast da notte degli Oscar: Tommy Flanagan al pianoforte, Ron Carter al contrabbasso e la batteria sotto le bacchette di Arthur Taylor. Messo su nastro più per obblighi contrattuali con l'etichetta che per una personale necessità di documentare la sua musica di quel momento, questo album rimane, paradossalmente, una delle prove più maiuscole dell'intera carriera di Golson. Ma torniamo al nostro cha: il brano è Sock Cha, che poi inforca anche uno swingante quattro quarti, continuando a tornare assiduamente su quel groove spagnoleggiante di cha che non vi toglierete mai più dalla testa: un battere il tempo forte che non lascia scampo, dietro il quale Taylor dispone figurazioni sui tamburi decisamente laid back, tanto da conferire al ritmo complessivo quel feeling che altrimenti mancherebbe alla pulsazione da ballo. Golson ne approfitta per cantare soffuso e possente, lirico e ironico. Sock Cha è uno di quei brani che mettono un punto fermo nella storia dell'esecuzione jazzistica. Ormai avrete capito come Golson 'cucina' le ballad. Anche in questo album sono stupefacenti la densità timbrica e l'estensione degli sbalzi di registro ottenuti all'interno di linee che si muovono con onirica lentezza. E come sempre la scelta dei temi rivela un senso squisito per la melodia: Mad About the Boy e My Romance. Il senso della cantabilità non viene meno negli swing veloci (Just By Myself e Shades of Stein), mentre il conclusivo Just in Time è un up tempo pirotecnico e luccicante che chiude il disco con un gesto flamboyant. Il contesto della session è diverso da quello di Turning Point (qui siamo nello studio di Rudy Van Gelder) ma il risultato complessivo dimostra una musicalità dello stesso stampo, pur con differenze specifiche sui singoli parametri d'ascolto. Anche qui la dinamica è ampia, ricca di respiro e contrasto. Solo il pianoforte soffre un po' (del resto Van Gelder non è certo entrato nel mito dell'audiofilia per i risultati che sapeva ottenere dai pianoforti) ma il resto zampilla di energia: un sax tenore esteso ma senza eccessivo carico nel bilanciamento complessivo, un contrabbasso che sa stare al gioco di squadra quando accompagna e che avanza quanto è lecito negli assoli, una batteria semplicemente esplosiva. La patina tonale esalta il corpo dei medi e medio-bassi, mettendo così sul piedistallo le sonorità del sax tenore di Golson. E ciò senza svilire né i bassi né gli acuti, che comunque non sono tonici né cesellati con la stessa superlativa finezza del registro centrale. L'equalizzazione è comunque di una musicalità entusiasmante e questo, in onore a quel che sentiamo suonare dal quartetto, è ciò che conta. La trasparenza e il contrasto dell'incisione permettono di seguire il percorso di ogni strumento con la dovuta attenzione al dettaglio. Solo il contrabbasso è talvolta nascosto nelle retrovie, ma questo in fondo è il suo compito musicale: esserci, riempire, legare, non emergere. L'immagine è leggermente meno profonda di quella offerta da Turning Point, comunque contraddistinta anche in questo caso da una efficace distribuzione degli strumenti, il cui posizionamento sulla scena è fotografato con una minuziosa messa a fuoco sia della posizione che dei contorni: sax, pianoforte, contrabbasso e batteria si 'vedono' con le orecchie, lì davanti a voi e giusto in questo ordine da sinistra a destra. Daniele Cecchini
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8 Mar 2010, 3:00 PM
Messaggio n°1 di 1
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