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Milano Hi-End 2010 - I Parte
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Milano Hi-End 2010 - I Parte

A Stefano Zaini, patron della The Sound Of The Valve, va il merito di aver saputo creare una manifestazione, quella del Milano Hi-End, che è oramai giunta alla sua undicesima edizione per un totale di ben diciannove rassegne organizzate nel territorio nazionale. Chi conosce Stefano sa che è un uomo positivo, appassionato di musica e riproduzione audio in pari misura, ma soprattutto dotato dell'arma di una sottile ironia con cui dissacra certe distorsioni della passione audiofila. Inoltre ha capito che rimboccarsi le maniche e "fare" è una cosa di fondamentale importanza nel nostro, come in qualsiasi altro campo.
Ho voluto iniziare il mio report del Milano Hi-End 2010 in maniera forse poco ortodossa, all'inverso, pubblicando le foto del concerto e l'intervista fatta a Jackie Perkins. In un altro momento avrei dedicato alla musica l'ultimo spazio del mio resoconto e non perché questa sia meno importante delle apparecchiature di riproduzione (anzi) ma per chiudere in bellezza. Voglio invece quest'anno iniziare in bellezza focalizzando l'attenzione sulla musica, la quale dovrebbe essere in cima ai pensieri di ogni appassionato. In una congiuntura di forte crisi globale come l'attuale, è stato davvero confortante notare come subito dopo l'apertura dell'audioshow, alle nove precise, ci fossero già tanti visitatori che con brochure alla mano circolavano tra spazi espositivi, sale e salette.
Una risposta ai "disfattisti da forum", quelli che con grande prontezza intonano il solito pianto greco a invariabile commento delle mostre audio, nostrane e non: il Milano Hi-End 2010 ha segnato la presenza di ben 62 ditte del settore di solo audio due canali, ben otto in più dello scorso anno che erano 54. Il numero di sale è stato il medesimo della scorsa edizione, anche se l'indisponibilità del quarto piano, in cui una delle due sale era in manutenzione, certamente non ha ben predisposto il visitatore incline a una superficiale quanto sommaria valutazione. La sala al quarto piano che di solito occupava Pierre Bolduc di Audiophile Sound per la sua demo era disponibile, ma l'organizzazione ha preferito dedicargliene una di maggiori dimensioni al primo piano, quello stesso in cui gli spazi espositivi occupavano un'area doppia rispetto allo scorso anno. Il concerto, normalmente ospitato al secondo piano è stato dirottato al primo d’accordo con Jackie Perkins. Questa è la realtà dei fatti. Le mie considerazioni personali sull'audioshow dell'immarcescibile Zaini concordano con quelle espresse nei precedenti report, sono cioè persuaso che il Milano Hi-End abbia le dimensioni giuste per consentire al visitatore un ascolto non fugace delle varie salette, cioè condizionato dalla disponibilità di tempo e, contemporaneamente, non sia limitante riguardo il numero delle aziende partecipanti, senz'altro ben rappresentativo anche se non esaustivo del panorama audio odierno.
Con l'esperienza e l'upgrade dell'hardware è possibile salire di livello, questa è almeno l'idea che circola tra gli audiofili più "impallinati", idea che ho mutuato utilizzandola per i miei reportage. Così ho cercato di migliorare la qualità delle foto evitando, per quanto possibile, quelle orribili "sbiancate da flash" che si verificano riprendendo i frontali degli apparecchi e questo anche grazie a una fotocamera decisamente più performante della precedente, tanto da consentire delle ottime foto in condizioni di luce ambientale.
Tra i fattori che rendono appetibile il Milano Hi-End, come qualsiasi altra mostra, non possiamo trascurare quello umano. Poter dialogare con operatori e progettisti, incontrare gli amici audiofili per delle piacevole chiacchierate, rivedere volti noti e scoprirne di nuovi è sempre una gran bella soddisfazione per chi ha l'approccio giusto verso queste manifestazioni.
What else?



La grande Hall del Jolly Hotel



Stefano Zaini, organizzatore del Milano Hi-End.



La Reception.




Ho incontrato Lady Guitar, visibilmente emozionato, dopo il suo bellissimo concerto di Domenica 28.
Mi ha accolto cordialmente, con la stessa semplice immediatezza che si riserva a un vecchio amico.
L'artista statunitense ha uno sguardo intenso e mobile, dietro i due stupendi occhi celesti s’intuisce una grande sensibilità, quella stessa che l'ha portata a comporre delle coinvolgenti song e imporsi come una delle più interessanti interpreti del panorama musicale odierno. Oggi Lady Guitar è un'artista matura, moderna e insieme legata alla grande tradizione della musica d'autore statunitense. Durante la performance ha riversato sul pubblico l'onda calda della sua musica, ricamata con uno stile chitarristico molto particolare in cui alle intriganti accordature aperte si alternano arpeggi complessi. Una musica che sa di buono, nella migliore tradizione della "West Coast" americana. La sua è una voce estesa, incantevole, perfettamente modulata anche sui difficili salti di nota dal grave all'acuto, conquista con una dolcezza che pare non abbia avere limiti dove il vissuto diventa arte e l'arte il vissuto. Jackie riesce a esprimere con estrema naturalezza tutta una gamma di stati d'animo, dal soave al grintoso senza soluzione di continuità, nel fluire di una ritmica che ora culla e ora scuote l'ascoltatore con potenti arpeggi. Il brano conclusivo del concerto, "Imagine" di John Lennon, fa sognare ad occhi aperti, ogni brusio esterno sparisce come d'incanto lasciando posto a un'interpretazione di rara intensità e bellezza. Ma chi è la nostra amica?
Jaqueline Perkins nasce a Sparta nel South Carolina nel 1963 in una famiglia dove si respira musica a pieni polmoni: la madre è pianista, il padre suonatore di trombone e la sorella violinista. A nove anni inizia a suonare il pianoforte, a undici la chitarra, l'anno dopo intraprende lo studio della viola. A diciotto anni s'iscrive all'università e inizia a cantare, fino al conseguimento della doppia laurea in lingue e canto. Arriva in Italia grazie a una borsa di studio della Rotary Foundation che la conduce prima a Siena, poi a Roma dove studia anche lirica, successivamente a Perugia e infine a Parma, dove vive dal 1995. Nell'accogliente città emiliana si stabilisce in un piccolo appartamento non distante dal Conservatorio "Arrigo Boito", riprende in mano la chitarra e inizia a scrivere. Superata l'iniziale timidezza, l'anno seguente arrivano i primi concerti e le prime ballate folk ispirate a Joni Mitchell. Registra l'album "Go Forth Living Arrows", che uscirà nel 2000. Dà prova di grande poliedricità allargando i suoi orizzonti musicali al jazz, si mette alla prova nella classica, si lascia tentare dalla disco e dalla pop-dance sempre con ottimi risultati: dal '97 a oggi ha collaborato alla realizzazione di più di venti dischi tra single, compilation e raccolte. Negli anni più recenti partecipa, come voce e chitarra acustica, a due tour con il chitarrista Paolo Giordano e il bassista di fama internazionale Michael Manring, il sodalizio dà i suoi frutti anche nella realizzazione di "Kid in a toyshop", album uscito nel 2000 per la casa discografica indipendente Step Musique.
E' del 2001 il progetto in progress "The Still Awakening", insieme al gruppo “Eight and Beyond” composto da Sandro Aleotti alla chitarra, Christian Corsini alla batteria e Andrea Raimondi al basso.
Negli anni seguenti prosegue l'attività live in Italia, con apparizioni anche negli USA, in una continua crescita di successo e stima nel circuito della nuova musica acustica, raffina insieme la composizione e le performance dal vivo, dove il suo stile chitarristico particolare, pieno di accordature aperte e di ritmiche originali, si combina armonicamente con una voce splendida e di ampia estensione.
Partecipa nel 2007 al progetto "Have you seen the roses", terzo lavoro discografico di Paolo Giordano, dove arrangia in modo originale e accattivante alcune canzoni di Syd Barrett, il genio fondatore dei Pink Floyd.

















Intervista a Jackie Perkins.

Alfredo Di Pietro: com'è nato il tuo amore per la musica?

Jackie Perkins: Questa è una buona domanda. Inizialmente non è stato amore, ci sono cascata dentro perché sono nata in una famiglia di musicisti. Ogni tanto penso a quando suonavamo insieme, mia madre al pianoforte e mia sorella al violino, impegnate in qualche brano ed era tutto un bisticcio. Il vero amore è nato dopo aver abbandonato temporaneamente la musica, in coincidenza del mio trasferimento in Italia, quando avevo finito tutti gli studi e in quel momento non riuscivo a far carriera nel campo musicale. Non avevo il pianoforte in casa poiché non abitavo più con i miei e non potevo permettermene uno ma, a un tratto, ho avvertito come la sensazione di una "mancanza d'aria". L'unica cosa che avevo nella mia abitazione era una chitarra, mi sono sfogata con questa e da li è nata la mia passione.

ADP: Riesci a trovare un buon feeling con il pubblico italiano?

JP: Adesso mi trovo bene ma all'inizio ho avuto qualche problema a stabilire un contatto anche perché non tutti i locali sono idonei al tipo di musica che faccio. La prima apparizione in pubblico è stata abbastanza scioccante perché non avevo capito la differenza che ci poteva essere tra locale e locale. Io non ci sono mai stata ma mi dicono che per esempio in Irlanda la situazione è diversa, la gente, anche se è in un pub è molto più attenta mentre qui in Italia se ti capita il posto sbagliato, non si riesce a instaurare il giusto feeling con il pubblico. Ho imparato comunque ad accettarlo, riesco a suonare la mia musica, rubo un sorriso di qua un commento di là, una pacca sulla spalla e quindi adesso mi trovo molto bene.

ADP: Corrado Rustici ha affermato che non bisogna mai cantare al pubblico ma bisogna cantare con il pubblico.
Come consideri la differenza tra questi due modi di porsi?

JP: Ma questa frase me l'hai rubata da qualche concerto?

ADP: Sì. L'ho sentita in un tuo video su You Tube dove parlavi a un workshop di canto moderno...

JP: Fantastico! Bellissima questa cosa!
Innanzitutto io dovrei praticare quello che predico perché non canto ancora molto con il pubblico ed è un mio piccolo difetto. Chi riesce a farlo nota come le persone entrino maggiormente in sintonia con la musica. Quest'estate sono stata a un paio di concerti dei Negrita e ho goduto tantissimo proprio perché c'era tanta gente intorno che si divertiva. Una chiacchierata "dosata bene" può aiutare l'instaurarsi della giusta atmosfera, ho cercato oggi di farlo anche qui a Milano per rompere il ghiaccio. L'ho visto fare anche da chitarristi che utilizzano la tecnica del "Fingerpicking", loro così introducono il brano riuscendo a entrare nell'animo delle persone. Da parte mia suono un tipo di musica che alla fin fine è nato nel mondo della classica per diventare una specie di strano folk contemporaneo, due parole aiutano anche in questo caso.
Se non fai questo, hai finito.

ADP: Ho notato nelle tue song una somiglianza di stile con la grande Joni Mitchell.
Cosa ti accomuna e in che cosa invece sei diversa dalla grande artista canadese?

JP: E' terribile questa cosa, non ne vengo più fuori!
Non lo faccio apposta ad assomigliarle, non provo nemmeno a cantare come lei. Innanzitutto faccio dei testi completamente diversi dai suoi, lei ha composto migliaia di "love song" ma anche canzoni che parlavano di altro. In "Big yellow taxi" per esempio, uno dei pezzi più importanti e popolari che ha composto, c'è un pizzico d'amore soltanto alla fine, anche "Both Sides, Now" non è una canzone d'amore. In ogni caso io cerco di evitare le love song. Ciò che probabilmente ci accomuna può essere il fatto che le nostre corde vocali, e di conseguenza il timbro di voce, sono simili. Io purtroppo ho fumato tanto, però ho smesso per sempre, mentre lei continua a farlo ancora oggi. Entrambe usiamo delle accordature aperte e ciò indubbiamente incide sulla somiglianza delle sonorità.
La differenza principale è che io sono volta un po' più sulla musica classica.

ADP: La tua musica riesce a far sognare, è come un'onda calda che raggiunge direttamente il cuore.
Questa magica capacità è dovuta al tuo istinto di musicista o ci sono altri fattori che la rendono così accattivante?

JP: L'istinto sicuramente ma, devo ammetterlo, anche tanti anni di chiesa perché mia madre era metodista e suonava l'organo durante le funzioni. Pensa che un mio amico ultimamente mi chiedeva se oggigiorno fosse giusto portare i figli in chiesa ed io gli ho risposto che per me lo è. Che sia giusto o sbagliato rimane quel contatto, quella reverenza verso il mondo spirituale che secondo me è fondamentale nella vita di una persona. Mi sembra che tutti i migliori musicisti da me conosciuti personalmente, abbiano dei contatti spirituali molto importanti in qualche religione.

ADP: Il tuo concerto si svolge nell'ambito dell'audioshow Milano Hi End, sei appassionata anche di Hi Fi?

JP: Veramente no, è un mondo che conosco molto poco, però alla fine sono riuscita ad appassionarmi. E' strano perché come musicista dovrebbe interessarmi, in fin dei conti la qualità del suono di uno strumento amplificato è collegata con quel mondo. Non è uno sbaglio quindi trovarsi qui spinti dalla ricerca di questi amplificatori (gli Zodiac N.D.R.) della cui qualità sono rimasta meravigliata e contentissima. Un amico mi ha spiegato che nel cinema non c'è neanche un suono che sia originale, sono tutti elaborati al computer, ti rendi conto così di quanta scienza ci sia dietro. Andando a vedere e ascoltare i vari apparecchi sono rimasta meravigliata, è stata una vera sorpresa per me.

ADP: Durante il concerto ho notato in te una grande padronanza del ritmo. Qual è l'importanza di questo nelle tue canzoni?

JP: Spesso penso che vorrei essere nata nera. Ho lavorato tanto sul ritmo perché nelle prime registrazioni mi sono accorta quanto fosse da perfezionare, in seguito mi sono impegnata a migliorarlo e da quello che dici il mio lavoro sta avendo il suo risultato. Sono molto contenta di questo.

ADP: Questa esperienza milanese ha arricchito il tuo cuore?

JP: Avviene sempre perché ogni città riserva la sua sorpresa. Secondo me bisognerebbe ogni tanto sforzarsi un po' di più e saltare su un treno o in auto per cambiare città, aria, visi. Milano da questo punto di vista ti dà tantissimo e sono stata molto contenta di aver avuto l'opportunità di fare un concerto in questo posto. Milano mi piace, mi è sempre piaciuta se non per il cuore, per la sua importante attività intellettuale ma purtroppo non la conosco ancora come vorrei.

Grazie Jackie!

Alfredo Di Pietro

(Questo messaggio è stato modificato da Segreteria il 8 Mar 2010, 12:49 PM)

Segreteria  Veterano

segreteria@audiophilesound.it

8 Mar 2010, 12:29 PM

Messaggio n°1 di 1
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